ghiandole perianali

Le Ghiandole Perianali

La sintomatologia e’ semplice, quasi banale: il nostro cane manifesta un evidente prurito localizzato nella parte posteriore del corpo, esattamente nella zona anale.

Per soddisfare questa necessita’, il nostro amico sembra non voler lasciare nulla al caso e tenta prima di mordicchiarsi esibendosi in improbabili contorsioni, poi decide che e’ piu’ pratico sfregarsi la parte contro la prima superficie scabra che incontra e, infine, scopre la comodita’ rappresentata dal tappeto piu’ pregiato di casa.

Di solito p a questo punto che il proprietario si risolve a considerare il problema con maggiore attenzione. Per il veterinario si tratta quasi sempre di una diagnosi facile.

Scartate le ipotesi piu’ semplici e meno frequenti, tra le quali quella tutt’oggi popolarissima dell’infestazione verminosa, non rimane che quella giusta: un problema alle ghiandole perianali. Siccome per esperienza diretta sappiamo che anche il piu’ attrezzato dei proprietari e’ spesso carente di informazioni a riguardo, vale senz’altro la pena di vedere un po’ in dettaglio dove si trovano, cosa sono e a cosa servono queste particolari strutture anatomici.

Nome e funzioni

Tanto per cominciare, il nome. Anche noi, per una sorta di consuetudine, le abbiamo chiamate “ghiandole perianali”, ma questa dizione equivale a quella di “ghiandole anali” o a quell’altra di “sacche anali”, che probabilmente e’ la piu’ corretta, dato che la loro natura ghiandolare e’ tutt’altro che unanimemente accettata.

Come le si voglia chiamare, queste due piccole sacche sono posizionate accanto allo sfintere anale, a destra e a sinistra, un po’ piu’ in basso rispetto ad una linea immaginaria orizzontale che lo tagliasse a meta’.

Si trovano immediatamente al di sotto della cute e in stretta connessione con i muscoli della zona. Al loro interno si produce un liquido di colore marrone piu’ o meno scuro, ora acquoso ora piu’ denso, sempre di odore fortissimo, anzi, di piu’: nauseabondo.

Dei piccoli condotti provvedono a portare questo liquido all’interno della cavita’ anale, appena prima dello sbocco all’esterno dell’orifizio vero e proprio. A spingere questo liquido verso l’ano e’ la pressione esercitata dalle feci al loro passaggio. coadiuvata dall’azione dei piccoli muscoli della zona.

Per comprendere la loro funzione occorre fare un po’ di filogenesi dei carnivori domestici. Nei canidi ancestrali, quelli piu’ antichi per intenderci, queste ghiandole (usiamo questo temine per brevita’ e con le limitazioni cui si e’ accennato) svolgevano diverse funzioni utili.

La prima era quella di “firma” biologica del territorio: un cumulo di feci marcato con questo liquido trasferiva immediatamente agli altri canidi della zona informazioni inequivocabili circa la presenza del… proprietario dell’area. Come dire che chi voleva evitare grane, era avvisato.

La seconda funzione era quella meccanica, di tipo lubrificante. I canidi di allora, lungi dall’avere a disposizione le leccornie cui sono abituati quelli moderni, mangiavano grandi quantita’ di alimenti di basso valore nutrizionale, rappresentati in maggioranza da ossa e frattaglie, che producevano feci dure e voluminose.

Una buona lubrificazione dell’ultimo, stretto tratto del tubo gastrointestinale era un indubbio vantaggio.

Meno certa, invece, una loro funzione difensiva, tipo quella che ancora caratterizza alcuni altri piccoli mammiferi, prima tra tutti la puzzola.

I cani moderni, quelli che allietano le nostre giornate, hanno in gran parte perso la capacita’ di svuotare volontariamente il contenuto dei sacchi anali, anche se qualsiasi veterinario potra’ confermare il fatto che soggetti particolarmente stressati da manovre diagnostiche manuali o da manipolazioni troppo energiche sono in grado di rendere inutile anche il sistema di aerazione piu’ efficiente.

Oltre che di sottoporre il sistema olfattivo ( e lo stomaco ) dei presenti a durissima prova.

Dal sintomo alla cura

Quella della perdita di volontarieta’ dello svuotamento dei sacchi anali e’ una nozione fondamentale per capire come insorgono i problemi che vi si localizzano. Lo svuotamento, non potendo piu’ essere comandato dalla volonta’, rimane governato dai soli meccanismi di pressione esercitati dal passaggio delle feci.

E’ molto probabile che feci di massa modesta e di consistenza relativamente morbida come quelle dei nostri cani esercitino una pressione insufficiente a determinare una pressione adeguata a innescare lo svuotamento. Il risultato, ovvio, e’ quello del ristagno del liquido all’interno delle sacche, seguito a breve dalla sua degenerazione. A questo punto il problema diventa reale e si manifesta.

Una volta manifestatasi i sintomi cosa si puo’ fare? Davanti a una sintomatologia conclamata, meglio sempre rivolgersi, e senza indugiare troppo al medico di fiducia. Se il fatto risale a pochi giorni prima potra’ bastare un semplice svuotamento manuale dei sacchi anali: e’ una procedura semplice, alla portata di chiunque, ma che per la prima volta deve essere eseguita dal veterinario.

Lo stesso professionista dovra’ poi insegnarlo bene al proprietario. Gia’, perche’ d’ora in avanti sara’ proprio lui a doverlo fare, con una frequenza variabile che solo il veterinario potra’ valutare.

Se il guaio e’ grave

Quella che abbiamo descritto e’ la situazione piu’ frequente e piu’ favorevole. Altre volte, le cose sono diverse e molto piu’ serie. All’origine dei casi piu’ gravi c’e’ sempre il protratto ristagno e la conseguente degenerazione del liquido contenuto nelle sacche.

L’imponente incremento della sua viscosita’ che si avvera dopo un certo tempo ( talvolta sino ad arrivare a una consistenza simile a quella del burro ), rende vani i sistemi di pressione meccanica creando le condizioni ideali a una contaminazione da parte di batteri che risalgono dai dotti escretori.

In quest’ultima situazione l’insorgenza di un’infezione e’ la regola, e la formazione di un piu’ grave e dolorosissimo ascesso non ne rappresenta l’eccezione.

In assenza di complicazioni il semplice mancato svuotamento dei sacchi anali non influisce sulle condizioni generali del soggetto. I danni, se mai, sono provocati dai tentativi che mette in atto per liberarsi del prurito.

Discorso diverso in caso di infezioni conclamate: la terapia, il piu’ delle volte, e’ rappresentata da farmaci ad azione locale e d antibiotici ad azione generale. Il primo passo, di stretta pertinenza veterinaria, e’ il lavaggio/irrigazione delle sacche.

Con il soggetto eventualmente sottoposto a blanda redazione, il veterinario, servendosi di un apposito catetere, immette all’interno della sacca prima dell’acqua, per diluirne il contenuto e facilitarne l’aspirazione, poi una soluzione antisettica che verra’ lasciata in situ sino al successivo trattamento.

Contestualmente, il veterinario valutera’ anche la frequenza del trattamento locale e l’opportunita’ di associare un trattamento locale e l’opportunita’ di associare un trattamento antibiotico per via generale. Se tutto va bene, o meglio, se l’entita’ della contaminazione batterica non e’ elevatissima, il problema si avvia felicemente alla soluzione.

Quando diciamo “felicemente” lo riferiamo pero’ al proprietario, non al paziente, che comunque deve sopportare il disagio di un trattamento non solo dolorosissimo, ma certamente invasivo.

Il discorso cambia purtroppo registro se, invece, abbiamo a che fare con una formazione ascessuale. In questa sfortunata evenienza la sacca tende a perdere tutte le sue caratteristiche anatomo-funzionali per assumere quelle proprie delle formazioni ascessuali.

Il suo contenuto, divenuto pus, sfruttando le sue proprieta’ erosive cerca una strada verso l’esterno e, riuscendovi invariabilmente, sgorga imbrattando la cute circostante.

Stando cosi’ le cose, al veterinario non rimane che effettuare l’incisione chirurgica della sacca ascessuale per procedere poi al suo completo svuotamento e alla sua accuratissima detersione, cioe’ a cio’ che con un termine tecnico di origine francese si chiama “curettage”. Indispensabile, in questa situazione, e’ un’adeguata terapia antibiotica generale. E pure una certa dose di ottimismo, perche’ non sempre le cose vanno per il verso giusto.

Infatti, specie nei casi in cui viene accertata la compartecipazione dei batteri, la possibilita’ di recidive e’ uno spettro costantemente presente. Se il manifestarsi di recidive, vuoi per frequenza, vuoi per importanza dei sintomi, dovesse influenzare decisamente il benessere del paziente, non resta che considerare la possibilita’ della terapia chirurgica, rappresentata dall’asportazione delle sacche anali.

Concettualmente semplice, questo intervento non e’ del tutto privo di insidie. Tralasciando dettagli troppo tecnici, diciamo solo che l’area interessata e’ densamente popolata di strutture nervose e muscolari in qualche modo coinvolte nei meccanismi delle ritenzione/espulsione delle feci.

Inoltre, a complicare le cose, c’e’ la non facilissima individuazione delle sacche, sempre piu’ o meno anatomicamente alterate. Si tratta insomma di un intervento radicale, ma risolutivo, a patto che sia affidato a un chirurgo realmente esperto. Se quest’ultima condizione e’ rispettata, il successo e’ immancabile.

 

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